Sempre più giovani donne nei CAV dopo violenza sessuale

Nei Centri Antiviolenza arrivano sempre più giovani donne a seguito di esperienze di violenza
sessuale. La nostra lettura del dato non è quella dell’aumento dei casi, ma come il punto di
emersione di un sistema che agisce in profondità nella costruzione della sessualità contemporanea.

La nostra analisi mette in relazione tre elementi:
la cultura della violenza sessuale, la trasformazione digitale della sessualità e il ruolo dell’industria
pornografica nella produzione del desiderio.

Noi sappiamo che la violenza sessuale attraversa la vita delle donne in forma continua. Non è
confinata all’evento estremo dello stupro, ma include una gamma ampia di pratiche: coercizione,
pressione, sesso non desiderato, molestie, sfruttamento, pornografia, prostituzione. Questo
continuum ci descrive una realtà in cui molte esperienze non vengono immediatamente riconosciute
come violenza, ma producono comunque effetti profondi .

Le giovani donne che arrivano ai CAV spesso portano proprio queste esperienze: relazioni in cui il
consenso è fragile, situazioni in cui hanno “ceduto”, contesti in cui il desiderio maschile si impone
come norma. Si tratta di esiti coerenti con il modo in cui oggi viene costruita la sessualità.
In questo scenario, l’industria pornografica svolge un ruolo centrale essendo una vera e propria
agenzia di socializzazione sessuale.

I dati mostrano che la pornografia rappresenta una quota enorme dei contenuti online e costituisce
una delle principali fonti di educazione sessuale per adolescenti e giovani . L’età di accesso è
sempre più precoce, e la fruizione è spesso quotidiana.

Ciò che conta non è solo la diffusione, bensì il contenuto:
la pornografia mainstream è costruita sulla rappresentazione sistematica della dominazione
maschile e della subordinazione femminile, spesso attraverso scene di umiliazione, coercizione e
violenza.
In questa narrazione:
– l’aggressività maschile viene erotizzata
– il dolore e il rifiuto femminile vengono trasformati in piacere
– il consenso diventa irrilevante o simulato

Questo produce un effetto culturale potente: ridefinisce ciò che è percepito come normale,
desiderabile, eccitante.

Il punto di snodo, qui, è il funzionamento neurobiologico.

La pornografia attiva il sistema dopaminergico, cioè il circuito cerebrale della ricompensa. La
dopamina non è semplicemente “piacere”: è il meccanismo attraverso cui il cervello apprende cosa
cercare, cosa desiderare, cosa ripetere.

L’esposizione ripetuta a contenuti pornografici ad alta intensità produce:
– assuefazione (servono stimoli sempre più forti)
– escalation verso contenuti più estremi
– associazione tra eccitazione e violenza

In altre parole, il desiderio non è naturale: viene allenato.

Se l’eccitazione è sistematicamente associata a immagini di dominazione, umiliazione e controllo, il
cervello impara che quella è la forma del desiderio. Questo processo avviene spesso durante
l’adolescenza, in una fase di massima plasticità neuronale.

Non si tratta quindi solo di rappresentazioni culturali, ma di una vera e propria incorporazione
neurobiologica della gerarchia di genere.

Questa dinamica si collega direttamente al nodo del potere.

Le analisi femministe mostrano che nella violenza sessuale il sesso viene utilizzato come strumento
di controllo e dominio. La pornografia contemporanea radicalizza questo meccanismo: trasforma il
potere in eccitazione.

Il risultato è una convergenza tra:
– costruzione culturale (la normalizzazione della violenza)
– costruzione neurobiologica (l’apprendimento dopaminergico)
– pratica relazionale (la riproduzione di questi modelli nei rapporti reali)

In questo senso, la pornografia non è separata dalla violenza sessuale: ne è una delle infrastrutture.
Le giovani donne crescono dentro questo sistema e ne subiscono gli effetti su più livelli.

Da un lato, incontrano partner maschili che hanno interiorizzato modelli sessuali centrati su:
– performance
– dominio
– accesso al corpo femminile

Dall’altro, interiorizzano aspettative su di sé:
– dover essere disponibili
– dover tollerare pratiche non desiderate
– dover aderire a standard pornografici

Questo produce una forma specifica di violenza:
non sempre riconosciuta, spesso agita dentro relazioni affettive, difficilmente nominabile.

È qui che si colloca l’aumento di accessi ai CAV: quando queste esperienze diventano insostenibili,
quando il corpo segnala il trauma, quando qualcosa rompe la normalizzazione.

Le giovani donne arrivano spesso con un forte livello di confusione:
“non so se è stata violenza”, “non ho detto no”, “forse è colpa mia”.

Questa confusione è prodotta dal sistema stesso.

Da un lato la pornografia insegna che la violenza è eccitante; dall’altro la cultura continua a
chiedere alle donne di essere responsabili del proprio limite.

Il corpo, però, registra l’esperienza. Le reazioni traumatiche – immobilità, dissociazione, silenzio –
sono risposte neurobiologiche automatiche, non scelte .

Quando queste reazioni non vengono riconosciute, si trasformano in colpa.
In questo contesto, i CAV assumono una funzione ancora più cruciale.

Non sono solo luoghi di supporto, ma spazi in cui:
– la violenza viene nominata
– il continuum viene reso visibile
– il nesso tra sessualità e potere viene ricostruito

Sono uno dei pochi contesti in cui è possibile disinnescare sia la narrazione culturale sia l’effetto di
interiorizzazione che passa anche attraverso il corpo.

L’aumento di giovani donne nei CAV a seguito di violenza sessuale non è un fenomeno separato
dall’espansione dell’industria pornografica.

Entrambi fanno parte di un assetto contemporaneo del patriarcato che agisce:
– a livello simbolico (immagini, narrazioni)
– a livello materiale (industrie multimiliardarie)
– a livello corporeo (dopamina, apprendimento del desiderio)

La violenza sessuale non è quindi solo un atto: è un sistema che si riproduce anche attraverso il
piacere.

E questo è forse il nodo più profondo: se il dominio diventa eccitante, il potere non ha più bisogno
di imporsi con la forza esplicita. Si interiorizza.

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